Minotaur, in un omicidio la brutalità della Russia d'oggi
In corsa a Cannes il dissidente russo Andrey Zvyagintsev
(di Francesco Gallo) In 'Minotaur' un omicidio cruento sullo sfondo della Russia corrotta e violenta di oggi. Tutto in un bel thriller dallo stile austero e dal passo lento passato oggi in concorso al Festival di Cannes a firma del regista russo dissidente Andrey Zvyagintsev, già vincitore del Leone d'Oro per l'opera prima a Venezia nel 2003 con The Return (Il ritorno). Un bel film che, cosa inedita, ha visto per la prima volta un timido accenno di applausi da parte dei giornalisti stamani nella sala Bazin del Palais. Siamo in Russia nel 2022 e Gleb (Dmitriy Mazurov), dirigente di un'azienda di logistica e imprenditore di successo vive con la bellissima moglie Galina (Iris Lebedeva) e il figlio in una splendida casa di una città di provincia. Il suo mondo professionale però è sempre più sotto la pressione da quando c'è la guerra in Ucraina che, tra l'altro, impone alla sua azienda sempre più richieste. Infine Gleb scopre il tradimento dell'amata moglie coinvolta in una storia con un fotografo, Anton (Yuriy Zavalnyouk), molto più giovane. Risolverà il problema da uomo ricco e potente quale è in un Paese corrotto e mostrato in genere solo da dettagli visivi: manifesti strappati, silenzi e solo in una commovente scena invece più esplicita e con dei giovani militari che salutano le loro madri prima di partire per il fronte. Andrey Zvyagintsev ha detto più volte di essersi ispirato per 'Minotaur' ad 'The Unfaithful Wife' di Claude Chabrol, trasformandolo però in una parabola sulla Russia contemporanea. Dal punto di vista produttivo, il film nasce in esilio: Zvyagintsev vive oggi in Francia e ha dichiarato di non poter più lavorare liberamente in Russia. Ha anche detto che probabilmente il film non uscirà nel suo Paese, anche se spera che circoli clandestinamente online. Molti osservatori vedono 'Minotaur' come il seguito ideale della trilogia morale composta da 'Leviathan', 'Loveless ed 'Elena: ancora una volta una crisi privata diventa il ritratto di un intero sistema politico e spirituale. "È vero che, a partire da 'Leviathan', i miei film si inseriscono in un determinato contesto politico, perché la politica è entrata nelle nostre vite ed è impossibile distaccarsene. Oggi in Russia le persone sono apatiche, sotto il giogo della censura; sono impaurite, disorientate, i social network funzionano sempre meno bene: la lotta contro il progresso è in pieno svolgimento, così come la macchina della propaganda. Tutti cercano di chiudere gli occhi, perché ogni giorno che passa non fa che aumentare il debito verso la verità e guardarla negli occhi è sempre più spaventoso. La Russia ora sembra un mostro". E ancora il regista: " Pensavamo di essere entrati nel ventunesimo secolo appesantiti dall'abominevole esperienza di due guerre mondiali. Ci sembrava che la catastrofe che aveva attanagliato il ventesimo secolo ci avrebbe preservati per sempre da nuove guerre e che l'umanità ne avesse tratto conclusioni umanistiche per sempre. Ma vediamo che le solide fondamenta vengono sistematicamente minate: la democrazia è in crisi, le organizzazioni internazionali sono deboli, il diritto internazionale viene ignorato e prevale la legge del più forte. Il mondo di prima è crollato - conclude -, le regole del gioco sono completamente cambiate e, ovviamente, poche persone sanno come fare ora".
L.Keller--HHA